Avia pervia.

Le vie senza strada si possono percorrere.
Vincenzo Lambiase
Medicina × MacchineMMXXVI

I · Manifesto

Ho ventun anni e tengo due mestieri che tutti mi dicono di separare. Mi rifiuto: sono lo stesso mestiere, che consiste nel leggere una cosa complicata che non si è progettata e metterci le mani senza romperla.

Tav. II Tutto quello che è arrivato su questa costa è arrivato dal mare. Questo è soltanto il prossimo. Greci, romani, normanni, saraceni, turisti: la costa li ha accolti tutti con la stessa manovra, che consiste nel lasciare venire l’acqua e restare esattamente dov’è.

i.La regola del cantiere. Nessun piano può essere più lungo della cosa che pianifica. Mi è costata settanta giorni e un film: un piano generale, una stella polare, un wiki, i testi finiti per ogni piattaforma, e nemmeno un fotogramma girato. Le carte sono sopravvissute dieci settimane al loro soggetto. La data è il 13 giugno MMXXVI e la può verificare nel registro dei naufragi, che esiste per via di questa regola.

ii.La legge dei due strumenti. Una lettura sola non è una misura. Me lo ha insegnato la medicina prima del software: un valore non confermato da un secondo strumento non è un dato, è una storia che piace a chi la racconta. Ogni cifra di questo libro ha un comando alle spalle, e la carta che riporta il punto nave si lavora il proprio sole invece di chiederlo a un servizio.

iii.La distanza di una notte. Fra il finire e il pubblicare deve passare una notte. La prima versione la scrive l’entusiasmo, la seconda la scrive la persona. È tutta qui la mia linea editoriale, ed è la sola ragione per cui sto ancora dietro alle pagine che ho composto a luglio.

iv.La regola della parola data. Non si promette su mezzi che non si hanno ancora in mano. L’ho imparata promettendo molto su un denaro che era atteso e non è mai arrivato, e chi ha pagato quella promessa non sono stato io. Da allora una promessa su queste pagine o è una cosa che ho già in mano, oppure non si scrive, e ciò che ho sbagliato è stampato con la sua data sulla velina degli errata.

Quattro regole, pagate tutte. Salerno, MMXXVI

I · Le tesi

Nove posizioni, inchiodate alla porta.

Il futuro è un arrivo, non un’invasione.

Il panico legge un orizzonte come un muro, la pazienza lo legge come una marea. Sono cresciuto dove la differenza era una questione pratica. Io un lavoro da perdere non ce l’ho ancora, quindi la calma mi costa poco. Ma chi teme la macchina sta guardando l’attrezzo e non il mestiere.

Medicina e macchine sono un mestiere solo.

L’obiezione la conosco, me la fanno a tavola: a ventun anni si dice sempre così, e poi si sceglie. Può darsi. Però nessuno di quelli che me lo consigliano ha mai saputo dirmi quale delle due dovrei lasciare.

Sul paziente non si itera.

È tutta l’etica medica, ed è esattamente la cosa che il software non ha mai dovuto imparare. Si rilascia, si itera, e il costo dell’errore lo paga chi la cosa la usa. Il vincolo che chiedo è uno solo: che l’errore lo paghi chi l’ha fatto.

Le malattie che ancora vincono non sono sacre.

Prima il cancro, poi l’invecchiamento, che è soltanto più lento. Li voglio trattati come problemi di ingegneria con una scadenza umana attaccata sopra: la mia, quella dei miei, la sua. La laurea non ce l’ho ancora. Questa riga resta scritta qui.

Si possiede ciò che si può lasciare a qualcuno.

Una carriera dentro l’azienda di un altro non è di chi la fa, e non lo è nemmeno l’ospedale in cui si lavora: il giorno che si smette, quel che resta è il denaro ricevuto. Lo scrivo senza un mutuo sulle spalle, e si vede. Resta che una cosa costruita si può lasciare a qualcuno, e uno stipendio no.

Una lettura sola non è una misura.

È la prima cosa che insegna la medicina e l’ultima che chiunque applichi al proprio lavoro, me compreso: due volte quest’estate ho creduto a un mio strumento che mi stava mentendo.

La credibilità è l’unica cosa che non si ricompra.

Non ho ancora avuto un primo cliente e ho già deciso di chi non prenderò i soldi. Mi dirà che i principi costano poco quando non c’è niente da guadagnare, e ha ragione: non sono ancora stato messo alla prova. Perciò la riga non è non prenderò mai una commessa sbagliata. È che il giorno in cui la prendo lo troverà sulla velina degli errata, con la sua data.

Pubblicare i naufragi.

Sette dei miei stanno sul fondo con trecentocinquanta giorni a bordo, stampati con le loro date e le loro cause. Dirà che mostrare i propri fallimenti è diventato un modo elegante di vantarsi. Lo sarebbe, se fossero pochi e vecchi. Sono sette, e sono di quest’anno.

L’ottimismo è una disciplina.

Si esercita come le scale: ogni giorno, in pubblico, con qualunque tempo. In ventun anni il pessimismo non ha riparato una sola delle cose che possiedo.

II · Metodo e traiettoria

Ogni cosa grande comincia come una parola piccola, ripetuta.

Fig. IIcuriosità, messa giù abbastanza volte da reggere una nave. Fig. II·bla stessa parola, puntata verso l’alto. Fig. II·cquota.

Sei stanze, un protocollo solo, ed è un protocollo medico.

L’ordine è quello del giro di reparto, e lo applico a tutto: raccogliere l’anamnesi prima di toccare qualunque cosa; misurare due volte, con due strumenti diversi; fare la modifica più piccola che si possa disfare; scrivere che cosa è andato storto, con la data; dormirci sopra; poi pubblicare e tenere il conto. Sei passi, e nessuno dei sei riguarda il talento.

La medicinai è dove ho imparato l’ordine, e le macchineii sono dove verifico se l’ho imparato davvero. Il filmiii porta l’argomento fuori, agli estranei, e la voceiv, da tenore, gli insegna a farsi sentire in fondo alla sala. Il progettov veste il lavoro prima che gli sia permesso di uscire di casa, e l’officinavi tiene oneste tutte e due le mani, perché chi non fa altro che digitare dimentica che cosa sia una tolleranza vera.

Vincenzo Lambiase, con Argo
L’autorecon Argo, secondo di bordo. Mezzatinta, dal vero.

Ex libris

Questo libro appartiene a Vincenzo Lambiase.

Ventun anni. Medicina di giorno, macchine di notte, tenore quando i vicini lo consentono. È il genere di persona che legge il manuale, smonta la cosa lo stesso, e conserva la ricevuta di quanto gli è costato imparare: questo libro è quella ricevuta. Ogni decisione di queste pagine è passata dalle sue mani, una per volta, il che spiega insieme la cura e la riga ogni tanto storta. È anche incapace di dire di no a chi gli chiede una mano, e lo mette fra i difetti.

Nato
MMV, in Italia, di fronte a un mare molto antico
Studia
Medicina: la macchina umana, dall’interno
Costruisce
Film, software, piccole macchine che lampeggiano di notte
Canta
Tenore, che è la prova che gli strumenti molto antichi arrivano ancora in fondo
Secondo di bordo
Argo, il cane
Bandiera
Avia pervia

Sua manu.

Tre rilevamenti. Ho intenzione di tenerli tutti e tre per il resto della vita.

Rilevamento I

Curare ciò che ci uccide.

In fondo a questo rilevamento c’è un posto in cui si può entrare: da una parte la chirurgia d’urgenza, dall’altra il lavoro che non è ancora di routine da nessuna parte, e nessuno rimandato a casa perché la soluzione non esiste. Mi dirà che lo dice ogni matricola di medicina. È vero. Per questo la riga qui sotto è un passo.

Il passo successivo, nelle mie mani: finire la laurea, e arrivare in un laboratorio sapendo leggere quello che un modello sostiene e dire dove sta mentendo. Un medico che non sa controllare la macchina si limiterà a ricevere le sue risposte.

Rilevamento II

Insegnare la cura alle macchine.

Macchine che si comportino come si comporta un bravo medico: capaci, senza fretta, dichiaratamente dalla parte del paziente. La capacità sta arrivando senza il nostro aiuto. Le maniere no. Dirà che le maniere le decide chi paga il modello. Per adesso è vero, ed è la ragione per cui i piccoli me li costruisco da solo.

Il passo successivo, nelle mie mani: costruire strumenti che si rifiutino di agire su una lettura sola, a cominciare da quelli che uso io. Qui dentro niente fa alla rete una domanda a cui può rispondere da solo.

Rilevamento III

Più approdi per la specie.

Aiutare la generazione che darà all’umanità un secondo indirizzo. Un indirizzo solo è un solo punto di rottura, e tutto ciò a cui teniamo è custodito lì. Lo dico da un paese di novemila abitanti. La parte che sta nelle mie mani è piccola ed è qui sotto.

Il passo successivo, nelle mie mani: tenere le capacità che viaggiano e non dipendono da una catena di fornitura. Corrente, acqua, radio, codice, e una mano capace di riparare ciò che possiede.

Questa è tutta la rotta. Tutto il resto che ho sul tavolo è remare.

Fig. Iavia pervia, il motto di famiglia.

Ogni traversata si disegna prima di navigarla.

Lasciare una costa antica, tenere qualche rilevamento, e andare avanti dopo che la carta finisce. Il piano è stato messo giù molto prima che il mare fosse d’accordo.

E poi la si naviga.

Tav. IIICarta della traversata.

VII · Il giornale di bordo

Il libro sta fermo. Il giornale no.

Qui l’autore mette per iscritto il lavoro mentre sta ancora andando storto: che cosa si è rotto questa settimana, quale regola gli è costata, su che cosa ha cambiato idea. I capitoli che ha alle spalle, gentile lettore, sono finiti. Queste pagine sono ancora fresche d’inchiostro.

Sì, è troppo. Polimate per temperamento, megalomane per ammissione: voglio le cure, voglio Marte, voglio macchine con le buone maniere, voglio film che mi sopravvivano. Bene.

L’ambizione mette in imbarazzo soltanto quando resta vaga. La mia è precisa: una vita, spesa alla scala più grande che possa onestamente raggiungere. Prima la malattia, poi la distanza. Voglio anche i soldi, e preferisco dirlo chiaramente, perché non c’è una sola voce di quell’elenco che si costruisca senza; quello che non voglio è che i soldi siano la fine della frase. Lei starà pensando che è la solita pagina di uno che non ha ancora fatto niente. In gran parte è così, e il conto sta nel registro dei naufragi: sette sul fondo, trecentocinquanta giorni a bordo. Non le chiedo di credermi, le chiedo di tornare fra un anno e controllare, perché le date sono stampate e non si spostano. E se la maggior parte non riesce: una famiglia, una casa calda, un lavoro scelto da me, e qualche vita andata meglio perché c’ero io. Sarebbe già moltissimo.

V.L., a bordo de L’Opera

Finalinoaudacia: una cosetta di legno, finché qualcuno non la sfrega.audacia, sfregata.