VII · Il giornale di bordo

Che cosa guarda davvero la derivazione II.

Non il cuore: una direzione. Sei derivazioni sono sei ombre di una sola freccia in movimento, e uno strumento che la fa girare.

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Una derivazione non guarda il cuore. Guarda lungo una linea. La derivazione II va dal braccio destro alla gamba sinistra, e quello che scrive, millisecondo dopo millisecondo, è quanto la freccia elettrica del cuore punta lungo quella linea: la sua ombra. Quando la freccia pende verso la gamba sinistra la penna sale, quando se ne allontana scende, e quando la freccia sta di traverso alla linea, ad angolo retto, la penna non scrive niente.

Studio medicina, e questa è una frase che si legge più facilmente di quanto si veda, così l’ho costruita. Lead II è uno strumento di questo sito: l’ansa elettrica del cuore su un quadrante, e sei strisce di carta rosa che si disegnano da sole mentre l’ansa corre. L’ansa si può prendere e girare. Questa voce dice che cosa mostra, e com’è fatto.

Sei righelli per un punto solo.

Le sei derivazioni degli arti sono sei direzioni sul piano del torace, visto di fronte: la I a 0°, la II a +60°, la III a +120°, aVF a +90°, aVL a −30° e aVR a −150°. Non sono sei telecamere attorno al cuore. Sono sei righelli posati sullo stesso punto, e i sei tracciati sono una sola freccia in movimento misurata contro ciascuno.

Due identità discendono dal solo cablaggio: in ogni istante I + III = II, e aVR + aVL + aVF = 0. Valgono per qualunque cuore, perché sono aritmetica su tre elettrodi. La riga sotto il quadrante fa la prima somma mentre il battito corre, e la prova dello strumento le trova vere tutte e due a meno di 10−15 millivolt, l’arrotondamento della macchina, su cinque cuori diversi. Il triangolo di Einthoven, con il cuore al centro, aggiunge la geometria: gli angoli qui sopra, e una derivazione aumentata che legge √3⁄2 di quello che leggerebbe una derivazione degli arti lungo la stessa direzione, circa 0,87.

Perché una freccia sola non basta.

I manuali disegnano spesso l’asse elettrico medio come una freccia sola, e da quella leggono le derivazioni. Lo strumento ha un cursore che stringe l’ansa in quella freccia conservandone la media, così si vede che cosa la freccia butta via. Ogni derivazione conserva la sua area netta, fino alla sesta cifra decimale. Ma dentro ogni onda tutte e sei scrivono adesso la stessa curva, solo più alta, più bassa o capovolta: la stessa forma della II, fino alla dodicesima cifra decimale.

Le sei forme diverse di un tracciato vero, la q piccola, la R alta, la s che segue, non stanno quindi nella direzione della freccia. Stanno nel suo percorso: dove va la sua punta, e in che ordine. Un asse medio riassume un battito. Non lo disegna.

Di che cosa è fatta l’ansa.

L’ansa non è disegnata a mano. Ogni onda è la somma di pochi fronti di attivazione, otto in tutto: due per gli atri, prima il destro e poi il sinistro; quattro per i ventricoli, prima il setto, poi il grosso delle pareti in due metà, poi la base; due per il recupero. Ogni fronte è una direzione che sale e scende nel tempo, e l’ansa è il punto verso cui guarda la loro somma, un millisecondo alla volta, su un battito di 800 millisecondi, 75 al minuto.

Gli intervalli non sono scritti da nessuna parte. Si misurano dopo, sulle strisce, come li prende chi legge la carta: PR 157 ms, QRS 84 ms, QT 377 ms. L’asse si legge due volte, una dal vettore medio e una dalle aree nette in I e aVF, e la prova vuole che le due letture coincidano: 62,7° in tutti e due i modi. Le strisce corrono a 25 mm/s e 5 mm/mV, metà dell’altezza consueta; il gradino all’inizio di ognuna è un millivolt.

Due errori da tenere.

Prima di andare in rete, lo strumento è stato controllato contro quello che dice di sé, e due dei difetti trovati vale la pena raccontarli. La somma stampata sbagliava di un centesimo di millivolt: I, III e II venivano arrotondate ciascuna per conto suo, e 0,104 e 0,004 si stampano 0,10 e 0,00 mentre la loro somma, 0,108, si stampa 0,11. Adesso la II si stampa come la somma dei due numeri che si vedono. E girando l’ansa verso sinistra compariva un’onda q più profonda di quella che scrive un cuore normale, perché il verso in cui l’ansa gira era fisso invece di seguire l’asse. Tutti e due sembravano giusti in una schermata. Nessuno dei due lo era.

Che cosa non è.

Non c’è un campo per un tracciato, un numero o un sintomo, apposta. Non legge il cuore di nessuno: disegna quello che un’ansa produrrebbe. Una domanda su un cuore vero va portata a un medico che possa visitarlo.

Com’è costruito.

Due script e un foglio di stile. Un modello di 176 righe senza pagina dentro, che una prova di 61 righe passa per 49 controlli prima di ogni varo, e 627 righe che disegnano il quadrante e le strisce nel suo browser. Non si chiede niente fuori e non si conserva niente. Le fonti sono in pagina: il primo elettrocardiogramma umano di Waller, del 1887, il triangolo di Einthoven del 1913, il terminale centrale di Wilson del 1934 e le derivazioni aumentate di Goldberger del 1942.

Una cosa da provare.

Giri l’ansa finché il QRS della II non scende sotto la linea quanto sale sopra. L’asse allora segna circa −30°, ad angolo retto con i +60° della II. aVL guarda quasi esattamente lungo la freccia, eppure la I scrive più alta: 1,21 millivolt contro 1,16, perché una derivazione aumentata legge solo √3⁄2 di quello che leggerebbe una derivazione degli arti.

Per sapere quando esce il prossimo strumento, mi scriva dalla pagina della corrispondenza.


voce n. 6